Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto more

published in Atti del I Congresso di Numismatica Bari 2008 "La monetazione pugliese dall'età clasica al medioevo (1) La monetazione della Daunia - Le monete Normanne dell'Italia Meidionale" a cura di G. Colucci, Bari 2009, pp. 131-152

MONETA APULA E MONETA SICILIANA: ELEMENTI A CONFRONTO BENEDETTO CARROCCIO Il convegno che ha ospitato questa comunicazione ha avuto il merito di riaprire il dibattito numismatico in tempi di tagli finanziari mortificanti le aspettative di tanti giovani ricercatori. Ma, ancor di più, per gli ambienti accademici, collezionistici e della tutela dei beni culturali, è stato occasione di dialogo utile a superare le incomprensioni nate da poche malaccorte iniziative di difesa di interessi particolari, in nome del comune desiderio di “far parlare le monete”, di sé e del loro tempo, agli uomini di oggi. In tal modo, esso ha dato seguito al ruolo di ponte tra diverse presenze etniche, culture e dominati svolto, sin dalla più remota antichità, dalla Puglia e dalla Sicilia, in un costante rapporto dialettico reciproco e con le circostanti coste mediterranee. Questa tendenza ad assorbire e rielaborare stimoli esterni, ben nota agli archeologi - che ne hanno trovato tracce anche anteriori alla colonizzazione greca dell’VIIIVII se. a.C.-, non poteva non coinvolgere l’emissione monetale, medium concreto e pratica tanto significativa, sul piano anche simbolico e ideologico, da esser praticata in età ellenistica1 anche da molti centri “minori”. L’esperienza maturata collo studio comparato delle monetazioni ellenistiche siciliane2, fornendo numerosi riscontri in questo senso, mi ha convinto che una piena ricostruzione di “ciò che è stato” in contesti geografico-culturali tanto interrelati, non possa prescindere da una revisione e affinamento delle modalità di approccio 1 In questa sede intenderemo il termine “ellenistico” nella sua più ampia e convenzionale valenza cronologica, di riferimento agli anni tra il 323 e il 31 a.C., non escludente le emissioni prodotte, soprattutto entro la prima metà del II sec. a.C., sotto controllo romano o cartaginese, ma ancora ricche di riferimenti culturali e stilemi greci. Le illustrazioni non rispecchiano il formato originario delle monete. Carroccio 2004a. 2 131 Benedetto Carroccio agli studi numismatici. Essi, infatti, ricevendo apporti anche da studiosi non formatisi, o aggiornatisi, specificatamente in questo campo, trovano ancora difficoltà, come altre discipline umanistiche, a cogliere in pieno la lezione della ricerca galileiana, che, rifiutando recezioni acritiche o scontate (in virtù del “principio d’autorità”) delle fonti letterarie antiche, o di studi precedenti, ha saputo discernere la loro validità con verifiche autoptiche delle singole evidenze e ipotesi, senza mai escludere la possibilità di nuove acquisizioni e interpretazioni. Per quanto ci riguarda, già G. Ruotolo ha ricordato in questa sede come studi fondamentali sul piano della raccolta dei dati possano rivelarsi di visuale corta per il loro rivolgersi a singole zecche o aree, e/o dipendere da altri studi e da teorie contrastanti o obsolete, così da facilitare la proposizione - anche in più ampie sintesi d’uso corrente - di datazioni generiche e contraddittorie per serie di zecche diverse, ma chiaramente contemporanee3. Da ciò la necessità scientifica di una verifica attenta dei contributi precedenti, che, per quanti si cimentano in studi archeologici stratigrafici, o non umanistici, o nelle scienze forensi, rese popolari da tante fictions, non è più certo una novità. Da tale verifica emergono ancor più evidenti gli elementi di analogia e interrelazione culturale tra le esperienze monetali siciliane e pugliesi, o più genericamente magnogreche, di età ellenistica, che, in attesa di poterli affrontare nei termini sistematici che meriterebbero, credo di poter comunque esporre in questa sede con una sinteticità da “work in progress”, non aliena, comunque, da una prima proposizione di qualche nuova ipotesi di lavoro. Prima di tutto, va notato che le cronologie proposte per molte serie bronzee siciliane e dell’Italia antica nei testi e cataloghi generali ancora molto diffusi, e in edizioni di scavi che ad essi si rifanno, dipendono in punti basilari, come l’eventuale 3 Cfr., e.g., Rutter 2001, per le serie nn. 642 (Arpi), 653 (Ausculum) e 690 (Salapia), datate rispettivamente 325-275 a.C., 300-275 a.C. e 225-210 a.C. pur essendo caratterizzate dal medesimo tipo del cinghiale, per il quale cfr. infra; o per il lieve, ma non spiegato, sfasamento fra le cronologie proposte per il n. 657 (Canusium, “300-250” a.C.) e per il n. 810 (Rubi, “325-275” a.C.), caratterizzati dal medesimo tipo di D/, pur considerandosene possibile la contemporaneità; o per la tendenza ad accettare datazioni alte, e.g. delle serie bronzee di Locri, contrastanti con quelle più basse proposte in Marchetti 1978, senza motivare tale scelta cronologica. 132 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto anteriorità al denarius4, o l’adeguarsi allo standard semionciale5, da un’accettazione, anche implicita, della cronologia “mommsenniana” delle fasi monetarie romane repubblicane. Essa datava il denarius dal 269 a.C., e le serie semionciali dall’89 a.C., per una sopravvalutazione, non esente a sua volta da modifiche6, di passi di una sola fonte letteraria tra diverse disponibili, la Storia Naturale di Plinio, in realtà molto raffazzonata nella sua genesi e redazione, e non adeguatamente storicizzata7. La teoria, di là dai modi a volte fideistici, o peggio ideologici, coi quali è stata difesa contro ogni nuova evidenza da pochi studiosi di scuola italiana8 - ma anche da alcune obiezioni troppo superficiali inizialmente rivolte ad essa -, negli ultimi anni è oggettivamente crollata sotto i colpi convergenti di una miriade di osservazioni e dati archeologici, numismatici e storico-economici, che hanno trovato l’unico limite del non essere stati ancora raccolti in una sintesi sufficientemente completa, accessibile presso il vasto pubblico. Oggi, infatti, di là da alcune carenze nei più noti studi di Marchetti e Crawford9, possiamo concludere che le riduzioni svalutative dell’unità bronzea romana dalla 4 Implicita, come ricordato da Barello 2006, pp. 196-197, in tante datazioni “ante 268 a.C.”, basate (al di là della cronologia accettata per l’argento romano) sull’assunto indimostrato, ammesso esplicitamente in Pozzi Paolini 1977, pp. 297-298 e implicitamente, come possibilità, in Catalli 1995, pp. 84-86, 93-94, 145, 147-148, 150, di un’immediata sostituzione di tutte le emissioni “locali” ad opera del denarius sin dalla sua prima introduzione. Riconosciuto e ammesso o postulato come di I sec. a.C. in Gabrici 1927, pp. 158-159 e per ultimo in Manganaro 2007, sulle cui argomentazioni cfr. anche Carroccio 2004b, Carroccio 2008b, pp. 36-37 e 62-65. Giova ricordare che già i “tradizionalisti” dovettero progressivamente ammettere un’introduzione del denarius coeva alla riduzione sestantale, piuttosto che all’asse ancora librale cui si riferirebbe la lettera del testo pliniano. Cfr. Ronchi 1998, pp. 41-42 e 55; Catalli 2001, pp. 44-45. Cfr. Plin. N.H. XXXIII, 42-46; Fest. De verborum significatu, s.v. sextantarii asses; Zonar. VIII, 26. Inizialmente in accordo coll’esaltazione fascista di una “Romanità” di cui non si poteva sminuire a opera di stranieri - gli Inglesi che nel 1932 proposero di datare il denarius dal 187 a.C. - la “grandezza”, semplicisticamente riposta nella maggiore antichità della recezione di una pratica monetaria assurta a simbolo di modernità e civiltà di rapporti. Per una storicizzazione del dibattito attenta all’effettiva fondatezza degli elementi offerti, cfr. Ronchi 1998, pp. 54-63; Savio 2001, p. 111. Cfr. anche la critica di Barello 2006, pp. 190-197, alla pervicacia prevenuta con la quale studiosi valenti, come Catalli 2001, pp. 87-103, 108109, o Fusi Rossetti 1989, pp. 80-82, hanno cercato di amplificare l’eventuale fragilità degli elementi a sostegno della “cronologia intermedia”, oggi più accettata, omettendo di discutere - o menzionare - tutti gli argomenti addotti a critica della “cronologia tradizionale”, e lasciando intendere che questi vertano solo su “dati di rinvenimento”, come quelli in Buttrey 1961, aggiornabili e non anche, in Thomsen 1957, I, pp. 19-48; Marchetti 1978, pp. 167-168, 172-175, 265-267, 300-301, 325-326, 341-346; Marchetti 1993, pp. 35-41, su un’ampia discussione delle fonti letterarie. Dovute, in Crawford 1974, e Marchetti 1978, soprattutto alla scarsa conoscenza puntuale, all’epoca della redazione di quelle monografie, di molte monetazioni “locali”, e (per il Crawford) a un’interpretazione ‘prudente’ della data di occultamento dei denarii di Morgantina, troppo legata al terminus ante quem del 211 a.C. e meno attenta al contesto storico-militare dei singoli anni di guerra nel territorio siciliano. 5 6 7 8 9 133 Benedetto Carroccio trientale a una prima semionciale ‘provvisoria’, si succedettero rapide nel corso della caotica crisi della II guerra punica, giungendo, nell’autunno del 215 a.C. (piuttosto che nel 211 a.C.), alla riduzione sestantale e, insieme con essa, all’introduzione del denarius come moneta militare, inizialmente sostitutiva, in Sicilia, del contributo siracusano revocato con la defezione di Ieronimo10. Numerose emissioni locali siciliane si spiegano bene inserendole, grazie alla presenza di segni di valore, in un tale contesto cronologico, militare ed economico, corrispondente ai 5-6 anni, fino al 210 a.C., di coinvolgimento dell’isola nei combattimenti e a quelli, fino al 200 a.C. o poco oltre, in cui essa costituì una base strategica fondamentale per l’organizzazione militare romana11. Questo punto va attentamente considerato, insieme coll’ancor più forte coinvolgimento della Puglia negli eventi di quella guerra, quando ci si trova di fronte a serie locali pugliesi a suo tempo indicate come anteriori al 268 a.C. non per un accertato rapporto, ad esempio, con l’esperienza pirrica, ma - come si è detto - in virtù di una loro presunta anteriorità al denarius12. In secondo luogo, va notato che l’indicatore costituito dalla presenza di segni di valore tipici del sistema monetale romano e perciò ad esso riferibili, concordando con altri elementi, ha conferito certezze cronologiche ai risultati della comparazione diatopica e “orizzontale” svolta dal sottoscritto sulle immagini monetali siciliane d’età ellenistica. Da essa é emerso chiaramente come la simile adozione di certe iconografie13 a opera di più zecche per monete di peso e fattura confrontabili, faccia pensare a emissioni molto ravvicinate nel tempo, espressive di mode iconografiche acquisite intenzionalmente, senza arbitrarietà, perché rispondenti a esigenze propagandistiche analoghe, connesse all’ufficialità propria di ogni moneta14. Questo 10 Sulla cui importanza sono già chiare le notazioni di Liv. XIII, 21, 5. Per alcuni primi tentativi di sintesi dei termini della questione alla luce di una migliore conoscenza di tutte le monetazioni cfr. Caccamo Caltabiano 1993; Carroccio 2004a, pp. 279-285. Ibidem, pp. 24-25 e 285, nonché Caccamo Caltabiano 2000, pp. 204-207. Cfr. supra, no. 4. Tale analisi aveva già trovato un precedente nella messa a confronto dei tipi operata da Thomsen 1957, I, pp. 140-181. Va però chiarito, a fronte di alcune critiche e fraintendimenti in Burnett 1989, pp. 55-56 e in Mattingly 2006, pp. 220-221 (sulla base di dati di rinvenimento erronei o imprecisi), che per iconografie da comparare intendiamo singoli elementi tipologici oggettivamente riscontrabili, quali la presenza di testa o busto, a capo coperto o meno, con barba o imberbe, coronata d’alloro o diademata, o l’aquila con o senza fulmine, ad ali spiegate o chiuse etc., che non vanno assolutamente confusi con lo stile, o le scelte stilistiche (e.g. il modo di rendere le chiome o il piumaggio), o la capacità artistica dei singoli incisori, meno adatte ad essere valutate oggettivamente e come indizio cronologico assoluto. Cfr. Carroccio 2004a, pp. 169-253 per la suddetta comparazione e, per il metodo di analisi iconografica in corso di affinamento in vista di un Lexicon Iconographicum Numismaticae, Caccamo Caltabiano 2007a. 11 12 13 14 134 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto Figura 1: Venusia, Ae quincunx (213-212 a.C.) (asta C.N.G. 67°, 22/09/04 n. 90) Figura 2: Teate, Ae nummus (213-212 a.C.) (asta M.u.M. 17°, 14/10/05 n.34) Figura 3: Rubi, Ae (asta Auctiones 29°, 12/06/03 n.61) Figura 4: Azetium, Ae (asta C.N.G. 67°, 22/09/04 n. 79) fenomeno, nella sua trasversalità rispetto a regimi e alleanze, ripropone nei contesti del III sec. a.C. la peer polity interaction, la tendenza a emularsi tra aree rientranti comunque - per un’ellenizzazione formale dal quale non potevano prescindere neppure le zecche puniche o filoannibaliche operanti in Italia15 - nella medesima sfera culturale, già vista da Howgego come base del successo della moneta nei principali centri greci arcaici16. Se consideriamo le serie apule coniate - tralasciando le fuse, che presentano un quadro più complesso -, tra le “mode” più antiche, evidenti e comuni con la Sicilia, dobbiamo notare per prima quella dell’aquila su fulmine, posta come tipo su 18 serie di 9 zecche apule (figg. 1-4)17, così come in 19 serie siciliane, in altre 15 magnogreche e nell’ “oro marziale” romano (fig. 5)18. A proposito di essa, una lunga tradizione di studi ripresi, con maggiore moderazio- 15 16 17 Cfr. Picard 1983-1984; Carroccio 2009a. Cfr. Howgego 2002, pp. 17-18. A Caelia: t. di Athena/A.; Graxa: A./Conchiglia, t. di Zeus/A., t. di Zeus/2 aquile; Larinum: t. di Zeus/A.; Orra: t. pileata/A., t. di Athena/A.; Rubi: t. di Zeus/A.; Styrnoi: A./Conchiglia; Taras: Au t. di Zeus/A. e t. di Apollon/A.; Teate: t. di Zeus/A.; Venusia: t. di Zeus/A. Cfr. Rutter 2001, pp. 75 n. 726; 81 n. 703, 83 n. 720, 87 n.767, 88 nn. 773-774 e 779-782, 89 nn.785-786 e 788-789, 91 n. 814, 92 n. 823, 102 nn. 983, 986, 990; Carroccio 2007, p. 86. Cfr. Carroccio 2004a, pp. 184-188; Carroccio 2007, pp. 86-87 e, per una contestualizzazione cronologica e territoriale - entro il solo ambito siciliano - di quelle serie auree romane, Rizzo 2007. 18 135 Benedetto Carroccio ne, in tempi recenti, ha desunto una origine epirota dalla sua comparsa su serie di Larisa (fig. 6) e dei Molossi collocate da Head, Seltman e Franke nella prima metà del IV sec. a.C., e dalla datazione pirrica proposta per serie di Crotone, Locri, Taranto e Siracusa adottanti il tipo in connessione con una riduzione dello standard argenteo19. In realtà, come ho già avuto modo di spiegare, la serie di Larisa già per M. Sordi risaliva piuttosto alla nomina di Alessandro, che usò quel tipo in alcune sue serie meno diffuse, a tagos di Tessaglia nel 336 a.C., mentre la serie dei Molossi, dotata di una testa di Athena ispirata a quella del grande Macedone, non sembra precederlo20. Figura 5: Roma, Au L’aquila, regina degli uccelli, tra i Greci (215/214 a.C.) aveva assunto, oltre al significato di segno (asta M.u.M. epifanico e di inviato del re-padre celeste 16/05/06 n.508) Zeus, quello di segno regale e dei poteri conoscitivi/operativi ricevuti da lui o da un padre che ne era immagine, simboleggiando a Roma, e tra tante dinastie, l’onnipotenza e onniscienza dell’autorità suprema21. Anche il fulmine, arma di Zeus Eleutherios (=Liberatore)22, segno della capacità coercitiva del potere militare dello Stato, torna spesso in serie siciliane e pugliesi in anni di guerra23, e non a caso il padre di Annibale aveva ricevuto l’epiteto di baraq, cioè di “Benedetto Figura 6: Larisa, Ar dal fulmine”24. I due motivi, fondendosi in uno, rafforzavano la (asta B.Peus 378°, propria valenza, facendosi simbolo della potenza statale fonda- 28/04/04, n. 105) 19 Cfr., e.g., Head, 19112, 297-299; Seltman 19552, 161; Franke 1961, 85-106; Siciliano 1992, pp. 106-107; Taliercio Mensitieri 1989; Taliercio Mensitieri 2004, 402 e 406. Cfr. Sordi 1956; Mørkholm 1991, pp. 44 e 85, n. 202; Carroccio 2007, p. 89. Ibidem, pp. 85-88; Chevalier - Gheerbrant 1986, I, 80-85, s.v. Aquila; Biedermann 1991, 40-42, s.v. Aquila. Sull’iconografia monetale del quale cfr., per ultimo, Castrizio 2002. Ad Ausculum, Hyrium, Luceria, Caelia, Hyria, Taras e forse (cronologie più incerte) Butuntum, Graxa, Rubi e Uxentum per l’Apulia, cfr. Rutter 2001, pp. 78 n. 656, 79 nn. 667 e 671, 86 n.7 55, 87 n. 769, 88 nn. 776 e 778, 89 n.790, 91 n. 812, 106 n. 1090, 107 n. 1099; nonché Carroccio 2004a, pp. 186 e 189-191 per le serie siciliane e Carroccio 2009b, per le altre zecche. Cfr. App. II, 3 e 7; Brizzi 1988, p. 62; Ribichini 1988, pp. 106, 110, 113; Carroccio 2003, p. 250; Carroccio 2009a; Carroccio 2009b. Tale valenza è stata causa, per la sua suggestività, anche ai nostri tempi del cognome di battaglia di un noto ministro israeliano e del “first name” del primo presidente degli Stati Uniti di origine africana. 20 21 22 23 24 136 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto ta, per grazia divina, sulla forza militare. È dopo la sua adozione nel 306 a.C. a tipo fisso della monetazione dei Tolemei, associato alla testa del re capostipite con egida di Zeus, o a quella di Zeus Ammon (fig. 7)25, che il motivo si diffonde in accordo coll’ampiezza mediterranea dei loro interessi. Pirro, genero di Tolemeo I, gli doveva il ritorno al trono, e ne fece proprio il tipo, comparso per influenza tolemaica a Siracusa già prima del suo arrivo (fig. 8)26, ma ripreso in Epiro solo dal 234 a.C.27. La sua adozione pressoché contemporanea, durante la II guerra punica, sia su emissioFigura 7: Tolemeo ni romane e dei centri alleati, sia su serie I, Ae (300 ca.-283 pertinenti allo schieramento filocartagine- a.C.) (MØRKHOLM 1991, n. 99) se, fu perciò facilitata dalla possibilità per ogni parte di sfruttare a proprio vantaggio la sua simbologia, richiamandosi anche a una potenza, che, pur sollecitata, evitò di schierarsi con l’una o con l’altra parte28. Figura 8: Siracusa, Anche altri motivi presenti sia in zecche Hiketas (283-279 siciliane che pugliesi tradiscono, con la a.C.), AE (asta B. loro prima origine tolemaica, una dataPeus 371°, 24/04/02) zione nel tardo III secolo a.C. In primo luogo, rientrano in questa categoria le teste o busti femminili velati, inizialmente riferiti alle basilisse, e poi a Figura 9: Berenike II, dee feconde come Demetra, ripetenti lo schema (prontamente Au (D/) (222-220 a.C.) (SVORONOS recepito a Siracusa), più che delle serie di Arsinoe II29, delle 1904, tav. XXIX n.1) immagini velate poste sulle monete di Berenice II (fig. 9), che 25 26 Cfr. Mørkholm 1991, pp. 64 e 66, per un inquadramento generale. Serie con Zeus Hellanios/Aquila, cfr. Holloway 1962, pp.8-15; Carroccio 2004a, pp. 82-113 (283 ca.279 a.C.); Carroccio 2007, p. 88. Dracme federali per le quali cfr. Mørkholm 1991, p. 152 n. 523 (234-168 a.C.). Cfr. Liv. 24, 24-26; Polyb. 7, 2, 2; De Sensi Sestito 1995b, pp. 51-52 e 55-57; Meadows 1998, pp. 130132; Carroccio 2001, pp. 184-185; Carroccio 2007, pp. 91-94. Che pur conosciute, a quanto pare, in Occidente, sembrano esser state riprese direttamente dai soli Brettii, in una loro serie, piuttosto che nell’argento siracusano, come affermato in Rutter 1997, p. 179, mentre l’influenza della serie brettia ravvisabile in raffigurazioni con diadema metallico non si estende agli attributi divini portati da Arsinoe. Cfr. Caccamo Caltabiano 1995, pp. 158-159; Caccamo Caltabiano - Carroccio - Oteri 1997, pp. 53-54. 27 28 29 137 Benedetto Carroccio Figura 10: Venusia, Ae (213-212 a.C.) (asta C.N.G. 61°, 25/09/02 n. 33) Figura 11: Neapolis Apuliae, Ae (asta C.N.G. 61°, 25/09/02 n. 24) l’attenta analisi dei dati tecnici, del contesto storico e dei modi iconografici ed epigrafici di espressione del diritto regale ellenistico condotta da M. Caltabiano ha mostrato doversi datare tutte, se così configurate, tra il 222 e il 220 a.C.30. Tali teste sono poste su 28 serie siciliane e 5 pugliesi (figg. 10-11)31. Tolemaico, soprattutto dell’età di Tolemeo IV (serie con Isis e Serapis accollati o con ritratto sovrano, figg. 12-13), e tale da portare perciò a datazioni successive al 220 ca. a.C., è d’altra parte anche lo schema delle raffigurazioni di busti, piuttosto che di semplici teste, delle divinità (non necessariamente femminili o velate), che, ben presente nelle monetazioni siciliane, é riscontrabile, per la Puglia, in emissioni di Neapolis Apuliae (fig. 11), Orra e Venusia32. Un’analoga origine geografico-culturale si può ravvisare anche per il motivo della cornucopia con frutti, sia come tipo che come attributo o simbolo ac- Figura 13: Tolemeo IV, Ar (D/) Figura 12: Tolemeo IV, Au (D/) cessorio, riscontrabile (221-204 a.C.) (FRANKE-HIRMER (221-204 a.C.) 1964, t. 220) (FRANKE-HIRMER 1964, t. 220) ad un tempo in serie 30 Cfr. Caccamo Caltabiano 1996; Caccamo Caltabiano 1998; Caccamo Caltabiano 2007b. Tale modello, direttamente o per il tramite siracusano, era dunque tenuto ben presente all’epoca delle emissioni pugliesi per le quali appare meno credibile un riferimento intenzionale alle teste velate in bronzetti punici ventilato in Siciliano 1994, p. 148. Cfr. Rutter 2001, pp. 75 n. 628 (Larinum), 80 n. 681 (Luceria), 82 n. 706 (Teate), 83 n. 721 (Venusia), 90 n. 801 (Neapolis Apuliae); Carroccio 2004a, pp. 242-245 (per le serie siciliane). Cfr. Rutter 2001, pp. 82 nn.716 e 718, 89 nn. 793-795, 90 n.800; Carroccio 2004a, pp. 223-230 per la Sicilia. 31 32 138 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto siciliane33 e adriatico/ pugliesi di Larinum, Mateolum, Canusium, Rubi, Brundisium, Taras e Uxentum34, oggetto di una bella e completa analisi di una mia allieva, dalla quale è Figura 14: Venusia, Ae (216-215 a.C.) emersa la non plausi(asta C.N.G.Triton V, 15/01/02 n. 48) bilità dell’anteriorità di una tale cornucopia, nelle monetazioni, al 270-250 a.C.35. Figura 15: Venusia, Numerose in Sicilia Ae 2 nummi (211 e Puglia sono anche ca. a.C.) (SICILIANO le raffigurazioni di 1994, TAV. V, 4.1) Herakles, adatte ai contesti bellici di III sec. a.C., già oggetto, per 16 serie di 12 zecche pugliesi (figg. 14, 15, Figura 16: Teate, Ae quadrunx (213-212 a.C.) (asta N.A.C. 46°, 02/04/08 n. 153) 16, 17), di un’analisi di C. Perassi attenta a cogliere i riferimenti a miti locali36, che mi consente di non soffermarmi ulteriormente su tale tendenza, se non per concordare sulla possibile derivazione di teste barbate adottate a Teate (fig. 16) e Venusia da serie della V Democrazia siracusana (fig. 18, 214-213 a.C.), siciliane e brettie (fig. 18), che non sembrano aver neanche ignorato simili realizzazioni iberiche, con clava, per i Barcidi Figura 17: Rubi, Ae (SNG MORCOM, n.216) 33 34 Ibidem, pp. 245-247. Cfr. Rutter 2001, pp. 75 n. 629, 78 n. 657, 85 nn. 738-740, 90 n. 799, 91 n. 819, 103 n. 1001, 104 nn. 1022, 1028, 1037, 1043, 105 n. 1055, 107 nn. 1100 e 1102-1103. Montalto 2007, nonché Carroccio 2009b. Un altro elemento comune tra le emissioni siciliane, le pugliesi e il mondo tolemaico è l’attenzione prestata al culto dionisiaco, fiorente in Puglia prima della repressione dei Baccanali del 187 a.C., qui particolarmente violenta, e attestata numismaticamente in termini particolari nel nummus di Venusia con Dionysos in trono. Cfr. Carroccio 2001, pp. 192-193; Carroccio 2008a, pp. 138-139, 143-147. Perassi 2002. 35 36 139 Benedetto Carroccio di pochi anni prima37. Maggiormente diffusa in Puglia, ma attestata già in emissioni del basileus agrigentino Phintias (fig. 20, 282-279 a.C.) per le quali è stata interpretata come allusione alla forza coraggiosa del governo38, l’immagine del cinghiale caricante su serie bronzee di Arpi (fig. 21), Salapia (fig. 22), Venusia e Ausculum39 sembra aver mantenuto questa valenza, senza riferimenti Figura 18: Siracusa, Figura 19: Brettii, Au Ar (214-213 a.C.) (post 214-203 a.C.) esclusivi al fondatore (CARROCCIO 2004, t. (CARROCCIO 2004, t. mitico Diomede, o XXX, 90) XXXV, A13) all’impresa eraclea40, o come animale to41 temico di un singolo popolo , vista la sua pressoché identica adozione anche a Capua (fig. 23), Paestum e presso la Lega Etolica negli anni della II guerra punica42. Questo dato, certo per Capua43, è a mio parere utile a sciogliere Figura 20: Akragas, ogni dubbio, pur considerando i problemi sollevati da altre serie Phintias (282-279 di Arpi44, sulla cronologia della serie arpitana col cinghiale, e a.C.) (CARROCCIO 2004, t. I, 10) sull’identificazione del Dazos che vi è indicato, tornante anche 37 Ibidem, pp. 262-263, nonché Robinson 1956, pp. 37-40; Marchetti 1978, pp. 369-371; Caccamo Caltabiano 1995, pp. 155-156; Carroccio 2004a, pp. 196-202. Ibidem, pp. 44, nn. 9-10, e 178. Cfr. Rutter 2001, p. 80, n. 690 (Salapia), 82 n. 717 (Venusia), 77 n. 653 (Ausculum, mal datato al 300-275 a.C.). Come notato da Perassi 2002, pp. 273-274. Contra, Parente 2003, p. XXV. Cfr. Zuffa 1969; contra, Cristofani 1977, p. 358. Cfr. Rutter 2001, pp. 65-66, nn. 492, 506 (Capua) e 112-115, nn. 1193, 1198, 1203, 1207, 1211, 1215, 1221, 1224 (Paestum, variamente datato); Mørkholm 1991, pp. 151 n. 518 (Etoli, 230-220 ca.-189 a.C.); Carroccio 2009a. La città è oggi unanimemente riconosciuta aver battuto moneta, variando i tipi di anno in anno e adeguandosi forse agli standards romani adottati nell’area circostante, nei suoi 5 anni di sottomissione ad Annibale dal 216 al 211 a.C. Cfr. Robinson 1964, pp. 39-40 e Rutter 2001, pp. 64-66; Marchetti 1978, pp. 443445; Vismara 1996, pp. 95-96. Cfr. Robinson 1964, pp. 48-49; Siciliano 1995b, pp. 77 e 80; Parente 2000b, pp. 235-236, 238-242 e 245; Lombardo 2006, pp. 20-21. 38 39 40 41 42 43 44 140 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto Figura 21: Arpi, Ae (216-213 a.C.) (asta CNG 29°, 1994, n. 62601) Figura 22: Salapia, Ae, (216-210 a.C.) (SNG Morcom coll. n.220) Figura 23: Capua, Ae uncia (216-211 a.C.) (asta Triton, 15/01/02 n.24) in serie di Salapia e a Rubi45, col Dasius Altinius che consegnò Arpi ad Annibale46, o col Dasius capo dei filocartaginesi di Salapia47. Un’altra iconografia diffusasi in Sicilia e attestata anche in 3 zecche apule (figg. 15, 25-28) è quella con entrambi i Dioskouroi di profilo a cavallo con clamidi svolazzanti, adottata anche nei primi denarii. Le analisi condotte sulle loro raffigurazioni su diverse monetazioni hanno mostrato come inizialmente ne sia stata adottata una versione ‘eroica’, priva di altri abbigliamenti militari che non la clamide, fatta propria dai Brettii, con l’aggiunta delle braccia levate in alto, nel 216 a.C. (fig. 24)48. In questa accezione, l’iconografia, molto utile ai fini di propaganda militare (i Dioskouroi come patroni/protettori dell’esercito), venne ripresa in tempi molto rapidi da Siracusa filoannibalica nel 214 ca. a.C.49, ma anche, mantenendo lo stesso atteggiamento e l’attributo dei rami di palma, dalla guarnigione militare installata a Luceria nel 215 a.C. per un biunx bronzeo battuto a nome di Roma (fig. 25)50. Il più noto tipo corazzato e con lance, 45 46 47 48 49 50 Cfr. Rutter 2001, p. 91 n. 809 (Rubi, datato 325-275 a.C.); Parente 2003, pp. XXV-XXVI. Cfr. App. Hann.V, 31; Liv. XXIV, 45, 2 e 12-14. Ibidem, XXVI, 38, 6 e 11-14; App. Hann.VII, 45-47. Cfr. Arslan 1989, p. 65; Caccamo Caltabiano 1995, p. 165. Cfr. Carroccio 2004a, pp. 214-216. Cfr. Crawford 1974, p. 188, n. 98a/6 (211-210 a.C.) e Marchetti 1978, p. 477. 141 Benedetto Carroccio Figura 24: Brettii, Ar (216 ca. a.C.) (CARROCCIO 2004, t.XXXVI, A3) Figura 25: Luceria, a nome di Roma, Ae biunx (215 ca. a.C.) (asta M.u.M. 19°, 16/05/06 n. 598) Figura 26: Tyndaris, Ae (post 210 a.C.) (CARROCCIO 2004, t. XXXIII, 9) Figura 27: Luceria, a nome di Roma, Ae quincunx (215 ca. a.C.) (asta C.N.G. 64°, 24/09/03 n. 765) adottato nei primi denarii, costituì una variante successiva, reazione “romanizzata” al tipo brettio, rapidamente ripresa a sua volta in serie di centri filoromani, come la siciliana Tyndaris (fig. 26), Reggio e, in Apulia, Luceria (per un quincunx pure a nome di Roma, (fig. 27), Venusia e Caelia (fig. 28), già nel corso della II guerra punica51. Al di là dell’ambito iconografico, la comparazione con le monetazioni siciliane sembra consigliare però anche una revisione critica di alcune Figura 28: Caelia, ricostruzioni, date forse tropAe (211-209 a.C.) Figura 29: Teate, Ae quincunx po per scontate, dello status (asta N.A.C. “P”, (213-212 a.C.) (asta Künker 133°, metrologico di determinate 12/05/05 n. 1016) 11/10/07 n. 7023) monetazioni apule. Infatti, la comparsa, in monete bronzee di Luceria, Teate (fig. 29), Orra e Venusia, di segni, come i 5 globetti52, o un S con 4 globetti (a Luceria, ma a nome di Roma, fig. 51 Cfr. Thomsen 1957-1961, I, pp. 175ss. e II, pp. 166ss.; Crawford 1974, 183-186, n. 97/11 (211-208 a.C.); Arslan 1989, p. 65; Rutter 2001, pp. 83 n. 718, 87 n. 770 e 192 n. 2563; Carroccio 2004a, pp. 212-216. Cfr. Rutter 2001, pp. 79 n. 670, 80 nn. 677-678, 83 n. 720, 89 nn. 788 e 793. 52 142 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto 3053), allusivi a un valore di 5 o 10 unciae, o di un segno “N” seguito da globetti o stanghette (a Teate e Venusia, figg. 12, 15, 3154) in relazione ad un peso doppio rispetto ai pezzi con 5 globetti, è stata ritenuta sufficiente a provare la sussistenza, a Capua e in più zecche apule, adriatiche (Larinum, e altre con serie fuse), di una suddivisione decimale di una unità monetale bronzea (in origine diversa da centro a centro) da esse denominata nummus55. Tale modalità di suddivisione Figura 30: Luceria, Figura 31: Venusia, a nome di Roma, Ae Ae nummus (213-212 del peso standard sarebbe stata diversa dextans (209 ca. a.C.) a.C.) (Asta Rauch dalla duodecimale adottata a Roma e in (asta Tkalec 08/09/08 82°, 23/04/08 n. 25) molte zecche italiche e siciliane, risconn. 238) trabile quando si emettono monete da 6 unciae col valore richiamato dall’apposizione di 6 globetti o, ancor meglio, dalla S iniziale di semis (= mezzo as). A proposito del primo gruppo di zecche, però, diverse ricostruzioni delle loro serie coniate collocabili negli anni della II guerra punica hanno ipotizzato che in quell’epoca il nummus, rimasto decimale, sia stato fatto coincidere con l’asse romano, e hanno perciò cercato di definire cronologie puntuali moltiplicando per 10 il peso dell’uncia ricavabile per ciascuna serie, e comparando il risultato ottenuto con le riduzioni subite dall’asse romano e con le cronologie accettate per esse56. In realtà, però, in Sicilia, dopo alcuni precedenti di V sec. a.C., negli anni della II guerra punica e immediaFigura 32: Mamertini, Ae pentamente successivi, presso i Mamertini di Messana (fig. tonchion (R/) (215-212 a.C.) 32), gli Hispani stanziati a Morgantina, a Menaenum e (CARROCCIO 2004, t. XI, 14) 53 54 55 Cfr. Crawford 1974, pp. 183-187, nn. 97/9, 97/16, 97/23 (211-208 a.C.). Cfr. Rutter 2001, pp. 81 n. 703, 83 nn. 718-719. Cfr. Robinson 1964, p. 39 (per Capua); Vismara 1996, pp. 91, 95-96, 114, 117-118, 121; Travaglini 1990; Cantilena 1991, pp. 141 e 146-148; Siciliano - Stazio - Travaglini 1993, pp. 249-250; Siciliano 1989, p. 167 (sistema “apulo”); Siciliano 1994, pp. 159-161; Crawford 1985, pp. 14-15, 43-45, 6466; Parise 1989, pp. 586 e 592-594; Rutter 2001, pp. 64-66 e 75; Catalli 2001, pp. 295-298; Catalli 2003, pp. 55-58. Cfr. Siciliano 1994, pp. 136-152. 56 143 Benedetto Carroccio Tyndaris57, nonché a Reggio58, si coniarono anche monete variamente contrassegnate come dotate di un valore di 5 unciae, insieme con serie da 3 (fig. 33) o 4 unciae, evidenzianti il mantenimento di una divisione duodecimale, mai messa, peraltro, in discussione da alcuno. Certo, abbiamo diffuse tracce epigrafiche, numismatiche e letFigura 33: Mamertini, terarie, in aree distinte, e in termini limitati anche a Roma, Ae tetras (R/) della sussistenza di una denominazione, nomos o nummus, (215-212 a.C.) spesso intesa come decupla di un’unità monetaria inferiore59 (CARROCCIO 2004, e testimoniata anche nei rendiconti di Tauromenio - che ho t. XI, 15) proposto di intendere come redatti nei primi decenni di occu60 pazione romana -, ma ciò non sembra aver mai alterato la struttura fondamentalmente duodecimale di quei sistemi monetali61. Le surriferite serie siciliane, che negli anni della loro emissione riflettono un clima e una presenza militare paragonabili alla situazione pugliese, ci sollecitano perciò a chiederci perché nell’una e nell’altra area siano stati emessi nominali apparentemente così poco integrati col sistema monetale romano (tanto più che non mancano nominali siciliani per i quali è stata ammessa la possibilità di un valore di 10 unciae62). E, insieme, quale accoglienza e utilità pratica avrebbero potuto avere, presso truppe romane avvezze a un sistema duodecimale, serie decimali battute proprio mentre esse occupavano massicciamente centri le cui emissioni sembrano esser state realizzate proprio per rispondere alle loro esigenze di spesa e finanziamento. Se anche, precedentemente, quelle zecche apule avessero avuto una unità bronzea divisa in 10 unciae, l’equiparazione all’asse romano di una unità così suddivisa in serie destinate a Romani avrebbe infatti creato problemi abbastanza rilevanti: il soldato ricevente un giorno un biunx a nome di Luceria segnato con 2 globetti, un altro un 57 58 59 Cfr. Carroccio 2004a, pp. 151-153 e 158. Cfr. Castrizio 1995, pp. 146-153 e 158-159. Cfr. Crawford 1985, pp. 14-15, 59 no.14 e 346 per alcune testimonianze epigrafiche in Italia sul termine e circa il suo riferirsi, in diversi contesti, anche a unità monetarie generiche, molto differenti tra loro. Cfr. Carroccio 2008b. In effetti, anche nella prima monetazione denariale romana l’articolazione ‘binaria’ del quinarius e del sestertius come metà e quarti del numerale superiore, prevale, in concreto, sulla loro valenza come multipli decimali dell’asse (che del resto non si manterrà, come è noto, dopo la ritariffazione del denarius a 16 assi, al più tardi dal 141 a.C.), coerentemente con l’analoga articolazione interna dei nominali bronzei per la quale cfr. infra. Sia pure con prudenza, vista la particolarità del peso e dei segni di valore adoperati. Cfr. Carroccio 2004a, pp. 151-152, 159, 161. 60 61 62 144 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto sextans battuto dalla medesima o da altra zecca a nome e col metro di Roma, sarebbe stato infatti indotto, dalla presenza del medesimo numero di globetti, a valutarli allo stesso modo. Ma il biunx lucerino, se fosse stato quinta parte di un nummus decimale equivalente all’asse romano, sarebbe valso necessariamente 2,4 unciae duodecimali romane, ben più, quindi, delle 2 unciae del sextans “romano”, creando una confusione inutile e inammissibile. Inoltre, in contesti mantenenti la suddivisione decimale, la concomitante emissione di tagli come il semis (ad Orra), i pezzi da 4 (fig. 16) o 3 (fig. 35) unciae, o addirittura la sescuncia, pari a 1 uncia e ½ (fig. 34), battuta certamente a Venusia, e forse anche a Caelia e altrove63, apparirebbe priva di senso pratico e tale da creare problemi di cambio. Viceversa, l’adozione di questi nominali appare più che logica in un siste- Figura 34: Venusia, ma duodecimale, nel quale si è usi dividere l’unità superiore Ae sescuncia (213212 a.C.) (SICILIANO per 2 (semis di 6 unciae), per 3 (triens di 4 unciae), per 4 (qua- 1994, TAV. V, 4.6) drans di 3 unciae), per 6 (sextans di 2 unciae), o per 12 (l’uncia), e dividere ulteriormente per 2 alcuni dei detti sottomultipi (generando anche la ½ uncia, o semuncia, ed eventualmente il ½ quadrans, o 1/8 di as, rappresentato dalla sescuncia di cui sopra). In effetti è proprio l’esperienza siciliana a mostrare come i pezzi da 5 unciae siano stati piuttosto battuti per rispondere a specifiche esigenze di spesa, quali una paga giornaliera da 5 unciae, o per convertire monete pertinenti a diversi standard64, o per mantenere il peso e la scambiabilità di un taglio monetale dotato, in una precedente fase riduttiva dello standard, di un valore di 4 o 3 unciae più armoFigura 35: Teate, Ae teruncius (213-212 a.C.) (asta C.N.G. 67°, 22/09/04 n. 87) nicamente inseribile in un sistema duodecimale65. È cioè possibile ammettere che zecche precedentemente abituate a nummi di 10 unciae abbiano mantenuto quel taglio e la sua metà non adeguando il nummus all’asse romano, come supposto dai più, ma 63 Cfr. Siciliano - Stazio - Travaglini 1993, p. 236, ove però, a proposito delle serie di Brundisium si definisce sescunx un pezzo da 1/8 di uncia, e 249-250, per la contemporanea emissione del semis e del quincunx; Siciliano 1994, pp. 145-151 e 157; Rutter 2001, pp. 87 n. 772 (Caelia); infra, no. 67. Cfr. Parise 1989, p. 585 sul ruolo dei pentonkia sicelioti di V sec. a.C. Cfr. Carroccio 2005, pp. 89-90 e no.92. 64 65 145 Benedetto Carroccio equiparando piuttosto l’uncia locale con quella romana (come ha in qualche modo suggerito anche il Crawford66). In questo modo, di fatto, si sarebbe stati ovunque di fronte a un unico sistema duodecimale, ammettente in certe aree, per tradizione e/o qualche esigenza pratica, anche pezzi da 5 unciae nummi del tutto equivalenti al dextans di 10 once, battuto non a caso, in quegli anni, con il quincunx, dalla zecca di Luceria a nome di Roma, e quindi con un prevalente riferimento al sistema monetale di quest’ultima confermato dalla contemporanea coniazione, nella medesima sede, anche di as e semis67. Dove starebbe la differenza? Nel fatto che, stando così le cose, la ricostruzione del peso teorico dell’asse romano vigente al momento dell’emissione di queste serie, fondamentale per determinarne la cronologia puntuale, non andrebbe fatta, come sinora è avvenuto, decuplicando il peso della singola uncia ricavabile dai loro segni di valore, ma moltiplicandolo invece per 12, con conseguenti aggiustamenti cronologici utili a chiarire meglio il ruolo svolto da singole emissioni e zecche in tempi caratterizzati, spesso, da rapide e profonde mutazioni del quadro politico-militare. Così, se volgiamo la nostra attenzione alle emissioni di Venusia, attentamente censite e raggruppate da Burnett e Siciliano in 5 grandi serie68, e consideriamo il teruncius da 3 unciae della “III serie” (e prima coniata), calcolando la riduzione ponderale romana di riferimento moltiplicando per 10 l’uncia ricavabile dal suo peso medio diviso per tre, giungeremmo con Siciliano, e per la sua adesione alle cronologie di Crawford, ad uno standard pienamente sestantale (58 grammi) e a una datazione nel 211 a.C.69. Questa datazione, però, porterebbe a dedurre l’inizio di una massiccia produzione monetaria romana in questa guarnigione non nel corso dei 5 anni in cui resistette accanitamente - e certo con forte esigenza di moneta - a diversi attacchi cartaginesi, bensì in un momento di presenza militare sì forte, per l’afflusso di truppe da Luceria, ma più serenamente strutturata, per l’ormai evidente volgere delle sorti della guerra siciliana a favore di Roma. Se però moltiplichiamo il peso dell’uncia (considerando anche, quando possibile, il “punto di addensamento”), per 12, e ci ricolleghiamo alla cronologia Marchetti, giungiamo a uno standard quadrantale ridotto di 70 grammi, e soprattutto al mo66 Cfr. Crawford 1985, pp. 65-66, con riconoscimento di una tale equiparazione solo per Luceria e non anche per Venusia, la cui monetazione sembra in realtà procedere parallelamente a quella lucerina, in quanto rispondente a un’analoga esigenza di finanziamento delle truppe romane, cfr. Siciliano 1994, pp. 161-167; Marchetti 1978, pp. 473-479. Cfr. Crawford 1974, pp. 185-190 circa la compresenza dei diversi nominali all’interno degli stessi “groups” da lui identificati (gr. 3, 4 e 5 del n. 97, e 1 del n. 98b). Cfr. Burnett 1991; Siciliano 1994, in particolare alle pp. 128-153. Ibidem, pp. 136-137. 67 68 69 146 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto mento, a cavallo tra 216 e 215 a.C., in cui Venusia, improvvisamente “invasa” da truppe romane a seguito della sconfitta di Canne70 dovette occuparsi del loro sostentamento confidando soprattutto nelle risorse locali. Simili risultati si possono ottenere applicando lo stesso calcolo agli altri nominali della “serie III”. Ad essa, come si sa, ne segue un altra, la serie IV di Burnett e Siciliano, che, calcolando lo standard vigente al momento dell’emissione dei suoi nominali minori (il pezzo da 2 nummi, fig. 15, appare mediamente un po’ più leggiero) secondo il criterio sopra proposto, risulterebbe rifarsi a un asse di 36 grammi piuttosto che di 28, cioè a uno standard sestantale ridotto (piuttosto che onciale) ampiamente attestato in emissioni siciliane e dell’Italia meridionale collocabili fra il 213 e il 212 a.C. e giustificato, nella sua generalizzata introduzione de facto, dalla caoticità e difficoltà della situazione militare, giunta ai più feroci combattimenti in Sicilia così come in Apulia71. Tale contestualizzazione, in forte prossimità ad una emissione e riduzione monetaria precedente, risulta d’altra parte pienamente confermata dalla riconiazione - provvedimento per sua natura provvisorio e d’emergenza - di un sextans lucerino della fase precedente ad opera di un teruncius venusino emesso in questa circostanza, come anche di un nominale bronzeo brettio emesso intorno al 213 a.C.72. Una simile ricostruzione, ovviamente, può essere proposta per le serie coniate di Luceria (che lungi dal rifarsi a uno standard “apulo”, applicando i calcoli sopra proposti possono essere considerati sestantali ridotte, con un as di 36 g ca.) e per quelle che tale centro realizzò a nome di Roma (figg. 25, 27, 30) probabilmente proprio al momento della sua trasformazione in guarnigione principale della regione, nel 215 a.C., visto il loro adeguarsi ad uno standard quadrantale, e successivamente, più o meno fino alla battaglia del Metauros (standard sestantale ridotto e onciale)73 Ancora una volta, dunque, constatiamo come, a seguito di una comparazione su scala regionale e macroregionale delle situazioni iconografiche e metrologiche, la maggior parte delle coniazioni bronzee di un’area del nostro Sud risultino concentrarsi plausibilmente in anni nei quali una forte presenza di truppe rese necessaria l’emissione di moneta bronzea per permettere ai soldati di cambiare le serie argentee del proprio stipendium, e gestire così ‘pacificamente’ e ‘diplomaticamente’ (cioè con pochi saccheggi) le proprie esigenze di approvvigionamento e spesa minuta. 70 71 Cfr. Liv. XXII, 49, 14 (216 a.C.) e XXIII, 35, 5 (215 a.C.); Marchetti 1978, pp. 477-478. Ibidem. Cfr. Siciliano 1994, pp. 141-152 per lo standard di 28 g, curiosamente definito anch’esso “sestantale ridotto”; Carroccio 2004a, pp. 24, 28-29, 150-153, 201. Cfr. Siciliano 1994, p. 157. Cfr. Crawford 1974, nn. 43, 97, 99. 72 73 147 Benedetto Carroccio Le risultanze dell’analisi compiuta sulle serie bronzee siciliane più leggere, poi, mi spingono anche a mostrare grande scetticismo di fronte a proposte di datazioni di serie, in fin dei conti, molto rare nel corso dell’intero II sec. a.C. La loro rarità, e il contesto storico-economico, fanno piuttosto propendere per una datazione più concentrata, e ravvicinata al 200 a.C., che non suscita perplessità se se ne considera l’ampiezza quantitativa, presumibilmente più ristretta di quanto faccia pensare il loro frequente ritrovamento, dovuto soprattutto al mancato recupero, a causa della guerra, dei tesoretti interrati in quei frangenti. Ma ciò evidenzia anche il grande lavoro che tuttora ci attende: un lavoro di ricerca, investigazione - ad es. dei contesti di rinvenimento e dei quantitativi ricavabili dal numero dei coni utilizzati - e discussione, necessario per giungere ad una piena comprensione delle singole emissioni. Un lavoro che per proseguire senza interruzioni e giungere a completamento, dovrà avvalersi, ancora una volta e più di prima, dell’apporto e della collaborazione di tutti i soggetti coinvolti e interessati alla valorizzazione del patrimonio numismatico. 148 Moneta apula e moneta siciliana: elementi a confronto BIBLIOGRAFIA Arslan E.A. 1989, Monetazione aurea ed argentea dei Brettii, Milano Barello F. 2006, Archeologia della moneta, Roma Biedermann H. 1991, Enciclopedia dei Simboli, Milano Brizzi G. 1984, Studi di storia annibalica, Faenza Brizzi G. 1988, L’avventura di Annibale, in I Fenici, S. 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